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La Regione Piemonte, in relazione alle legge 26/2002 sugli Oratori, ha rinnovato i contributi per l’anno 2019-2020 (dal 1 luglio 2019 al 30 novembre 2020) agli enti di culto che svolgono attività di oratorio. Per 17 mesi sono stati stanziati 690 mila euro, il 12,82% in meno rispetto ai contributi erogati per il periodo 2018-2019 (dal 1 gennaio 2018 al 30 giugno 2019). Alla Diocesi di Torino spettano 193.929 euro. 

La delibera dell'Assessorato alle Politiche sociali dello scorso 15 novembre ha chiesto agli enti di culto, convocati lo scorso 25 novembre, di presentare le domande entro il 28 novembre 2019 per le spese riguardanti la formazione dei giovani, per la promozione di attività culturali e del tempo libero, per la diffusione dello sport e il contrasto all'emarginazione sociale. Visto il poco tempo a disposizione l’Ufficio di Pastorale giovanile della Diocesi di Torino ha predisposto un progetto diocesano che ha inoltrato, insieme alle altre diocesi della Regione ecclesiastica piemontese, via Pec nel rispetto dei termini previsti, rinviando successivamente alla raccolta dei progetti degli oratori in modo da determinare gli importi da attribuire a ciascun centro oratoriano.

Di seguito è pubblicata la nuova scheda progettuale semplificata inoltrata dalla Regione: SCHEDA PROGETTUALE 2019-2020 

Gli oratori interessati al progetto devono compilare la scheda con gli interventi più significativi a beneficio delle fasce deboli giovanili e a contrasto dell’emarginazione sociale, per le attività svolte dal 1° luglio 2019 al 30 novembre 2020 – ed inviarla entro e non oltre il 20 dicembre 2019 alle seguenti mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

Annunciato e presentato allo START UP 2019 della Pastorale Giovanile, mercoledì 13 novembre alle ore 21 inizierà il percorso formativo promosso per gli Oratori «#oltrelamusica. Quello che (a)i ragazzi non dicono: educare nel contesto dei nuovi modelli mediali».

Si tratta di un ciclo di incontri live in diretta streaming dal Centro di Pastorale Giovanile, viale Thovez 45, TORINO guidato da Marco Brusati, professore a contratto di "Progettazione di eventi" nel master "Pubblicità istituzionale" dell'Università degli Studi di Firenze, direttore dell’Associazione Hope, progettista e coordinatore di eventi ecclesiali nazionali e internazionali, autore, blogger e conferenziere.


«Nella cosiddetta società della comunicazione, gli educatori sono portati a ridurre il comunicare all’abilità dei giovani e dei ragazzi nell’uso degli strumenti mediali. Si tratta di una distorsione percettiva piuttosto diffusa. Ci troviamo invece nel pieno della rivoluzione mediale e antropologica, complessa e delicata, caratterizzata, ad esempio, da uno schiacciamento relazionale verso il mediale dovuto all’affermazione globale del sistema smartphone-tablet, che rappresenta un vero e proprio spartiacque nei processi educativi, poiché, senza precedenti storici, è diffuso capillarmente (i dispositivi sono circa 5 miliardi) apre contemporaneamente a milioni di relazioni, è senza cavi e i suoi contenuti - prodotti da pochi soggetti - possono essere fruiti in solitudine, fuori da una relazione frontale con il mondo adulto ed educante» - spiega il prof. Brusati. «La rivoluzione mediale ha portato con sé una rivoluzione antropologica che sta spostando e talvolta rovesciando l’impianto valoriale del mondo educante [«i genitori»], cosicché i «figli» si trovano davanti proposte antitetiche». Il percorso formativo è promosso dall’Associazione NOI TORINO - Team Oratori Piemontesi e dall’Ufficio di Pastorale Giovanile di Torino.


Il percorso formativo - sul senso dell’educazione nel contesto della rivoluzione mediale - partirà dalla musica e dalla dimensione espressiva delle giovani generazioni e si svilupperà in sei appuntamenti serali: 13 novembre e 12 dicembre 2019; 30 gennaio, 27 febbraio, 12 marzo, 16 aprile 2020. Si potrà partecipare in sala iscrivendosi (fino ad esaurimento posti) a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure seguendo la diretta streaming con la possibilità di intervenire da casa.


Per ulteriori informazioni: www.upgtorino.it.


Don Stefano Votta
Don Luca Ramello

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"Il tesoro e la perla ... in Oratorio: il ruolo degli adulti"


Pubblichiamo la relazione che Matteo Massaia, presidente dell'Azione Cattolica di Torino, ha renuto all'Assemblea territoriale della Noi Torino giovedì17 ottobre presso la sede di viale Thovez 45

1) Alcuni stereotipi negativi dell’adulto in oratorio per ridere un po’…magari non esistono nelle nostre realtà, o meglio non così caratterizzati, però ci aiutano a capire.

a) L’ever green:
Ricorda con nostalgia l’oratorio dei suoi tempi, quello in cui si che ci si divertiva, quello che era sempre pieno di persone, allora si che gli animatori erano bravi. Eravamo tanti, i migliori…. E cerca di riproporre dinamiche, attività, iniziative di 20 anni fa.
b) L’operativo:
Sa mettere le mani dappertutto, solo lui/lei è in grado di preparare una buona castagnata… è necessario chiedere a lui/lei se si vuole aprire una porta, scaldare una tazza di tè, recuperare un pallone, accendere uno stereo…. Non chiedetegli però di fermarsi a riflettere o di confrontarsi intorno ad un tavolo con altri…
c) L’indifferente:
L’indifferente lo dividerei in due categorie: c’è il genitore del ragazzo che frequenta la parrocchia che è totalmente disinteressato a conoscere il progetto educativo, l’attività, le proposte dell’oratorio, se va bene è contento perché suo figlio non frequenta cattive compagnie, ma va in parrocchia.
Esiste poi l’adulto impegnato nella catechesi, nella liturgia, nella carità, che considera semplicemente “altro” la pastorale giovanile, l’oratorio, quello che accade il sabato pomeriggio. E’ concentrato unicamente su quelli che sono i suoi compiti pastorali.
d) Il leader indiscusso:
Questa tipologia di adulto vive in oratorio con l’idea di dovere insegnare tutto ai più giovani che considera poco più di manodopera, non ha nessuna fiducia nella loro capacità di organizzarsi, di prendere decisioni importanti e di solito si lamenta perché dopo un po’ di tempo se ne vanno dalla parrocchia. Non ha nessuna intenzione di lasciare spazio ai giovani e a dare loro fiducia, anche se a parole lo dice spesso.


2) Adulto discepolo-missionario.
Dobbiamo tornare a questa definizione così importante, potremmo quasi definire la definizione programmatica per eccellenza di Papa Francesco, facendo attenzione a non ridurla ad uno slogan, ma a comprenderne la portata.
Una comunità che forma gli adulti ad essere discepoli-missionari unendo insieme due obiettivi propri della vocazione laicale: nutrire la fede adulta del laico credente e vivere la fede nel tessuto concreto del mondo dove l’adulto abita, lavora, opera (Il tesoro e la perla nascosta pag. 42).
Occorre pensare all’adulto a partire dalla sua vocazione battesimale, che è propria di ogni credente, ma che diventa maggiormente rilevante e decisiva quando si pensa a chi è entrato nella vita adulta ed ha così raggiunto una maturità che lo mette di fronte alla responsabilità (che non per niente contiene in se la radice del verbo latino respondeo) come risposta alla propria vocazione.
Ecco due caratteristiche positive che emergono allora per un buon adulto in oratorio.
e) Non smette mai di formarsi (discepolo). L’adulto che sta in oratorio non può rinunciare ad un percorso di formazione personale, dove poter incontrare Gesù nella sua vita. La lettera pastorale fa diversi esempi di percorsi possibili tra questi ci sono i gruppi famiglia, la partecipazione a lectio o incontri biblici, mi permetto di citare anche il gruppo adulti di Azione Cattolica, come opportunità concreta di mettere insieme la fede con la vita.

f) Non si sottrae ad un impegno nel mondo (missionario). L’adulto che vive in oratorio deve essere esempio anzitutto per come vive la sua vita fuori da esso e dalla parrocchia. Il laico adulto non è un sacrestano o un operatore della pastorale, o meglio non solo, è anzitutto un soggetto che nelle dimensioni di vita della famiglia, del lavoro, dell’impegno politico, vive secondo gli insegnamenti e la dottrina della Chiesa.

La missione propria dei laici credenti sta nella proposta e testimonianza del Vangelo nel mondo e dunque in tutti quegli ambiti propri della loro vita quotidiana. Occorre dunque formare un buon cristiano e un onesto cittadino. (Il tesoro e la perla nascosta pag. 17).
Queste due dimensioni vanno avanti insieme, questa è la grande intuizione di Papa Francesco, non si attende di essere formati, di essere santi, per annunciare il Vangelo, ma mentre si annuncia si cresce nella propria fede. Essere adulto quindi vuol dire innanzitutto riconoscere la chiamata comune alla santità che deriva dal Battesimo e provare a viverla, come laici nella chiesa e cristiani nel mondo.
Abbiamo bisogno di adulti in oratorio che siano anzitutto bravi e brave insegnanti, sarti, tassisti, avvocati, panettieri, mariti, mogli, vedovi, single… persone che siano loro stessi e che non vivano in oratorio interpretando un ruolo. La Chiesa e l’oratorio hanno bisogno che la vita di tutti i giorni sia parte del cammino, abbia piena cittadinanza tra le loro mura ed anzi sia il punto di partenza per ogni azione pastorale ed educativa.


3) Adulto capace di comunione e di sinodalità.
La sfida per la nostra Chiesa, quindi anche per i nostri oratori e quella di essere capaci a vivere le dimensioni della comunione e della sinodalità. Cosa significa questo in concreto? Che il modo in cui viviamo le decisioni da prendere, le riunioni in oratorio, con cui affrontiamo gli inevitabili contrasti o problemi che possono succedere, non è solo una questione di metodo: ma ci dice se siamo Chiesa o meno, quindi è piena sostanza. Qui siete riuniti anche come associazione Noi Torino, anche io rappresento un’associazione della nostra diocesi, ecco credo fortemente che l’associazione possa rappresentare una scuola di sinodalità e di comunione, perché al nostro interno siamo abituati ai processi decisionali condivisi, a trovare un punto di tangenza tra diverse opinioni e al fatto che la condivisione di un percorso è la condizione per l’accettazione delle conclusioni del percorso stesso.
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri, come io ho amato voi» (Gv 13,34.35): la parola di Gesù è chiara e precisa, avvalorata dalla sua preghiera al Padre: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). L’unità e la comunione sono dunque condizioni essenziali per dare efficacia alla testimonianza e alla missione nel mondo. Lo sono in quanto realizzano quella novità assoluta della carità (Agape) che è manifestazione dell’amore trinitario che vive nella Chiesa e fa sì che essa sia sacramento di unità di tutto il genere umano. (Il tesoro e la perla nascosta pag. 37)

Ecco allora altre due caratteristiche positive dell’adulto in oratorio.

g) E’ capace di creare comunione. Questo si ottiene solo avendo fortemente a cuore questo aspetto, essendo disposto a fare ogni tipo di sforzo per creare e mantenere una comunione ecclesiale nei nostri oratori. Ciò è possibile solo se si è capaci di vero dialogo. Secondo Papa Francesco il dialogo è vero solo se quando ci sediamo attorno ad un tavolo per parlare ( o in un cortile) siamo pronti ad ascoltare chi ci parla e a cambiare idea a partire da ciò che lui o lei ha da dirci. Il dialogo non serve a convincere qualcun altro della nostra opinione, ma ad incontrarsi, anche essendo disposto a rinunciare ad una propria idea o convinzione. Vorrei dire che abbiamo bisogno di adulti miti in oratorio, la mitezza della beatitudine evangelica.

h) Riesce a valorizzare le opinioni di tutti, senza fare valere con arroganza la propria esperienza, o conoscenza superiore. Questo non significa trascurare alcuni elementi irrinunciabili di Verità: ma molto spesso gli attriti nelle nostre comunità non partono da questioni di sostanza, ma da personalismi, voglia di apparire o di essere gratificati.

Ancora il nostro Arcivescovo nella sua lettera pastorale per sottolineare l’importanza di un cammino sinodale.

La sinodalità non è solo funzionale al dialogo e alla collaborazione sempre più stretta tra tutte le componenti ecclesiali, ma tende a promuovere un discernimento comunitario per accogliere nelle ispirazioni dello Spirito Santo e nei segni dei tempi la volontà di Dio e compiere ciò che Egli desidera. Il discernimento, come ci ricorda spesso Papa Francesco, è indispensabile per ascoltare e valorizzare ogni apporto, anche il più umile, ascoltare tutti senza preclusioni, accompagnare con pazienza, benevolenza e gradualità il cammino spirituale di ogni persona, non spegnendo mai il lucignolo fumigante, in modo da incoraggiare in particolare i più estranei e lontani a sentirsi parte viva della Chiesa. (Il tesoro e la perla nascosta pag. 66)

4) Adulto capace di generare alla fede.
Un adulto a confronto con persone più giovani è chiamato sempre ad essere generativo, proprio come chi ha biologicamente dato la vita ai ragazzi che incontriamo. In concreto significa che un adulto ha a cuore la felicità più profonda dei giovani che incontra, è disponibile a donarsi per loro ed è capace ad accettare anche i loro rifiuti o incostanze.
Dall’incontro con il Cristo risorto nasce nell’adulto una rinnovata consapevolezza della propria responsabilità generativa in tutti gli ambienti in cui vive, nessuno escluso. L’adulto in oratorio guarda alle nuove generazioni con passione educativa, lasciando spazio, si cura di garantire loro il protagonismo, non assume ruoli paternalistici, ma stimola, racconta con la vita e i gesti la bellezza del Vangelo ed è capace di fare crescere.
Controcorrente rispetto al nuovo senso comune, possiamo affermare che l’atto supremo di libertà creativa è la capacità di essere generativi. Poste così le cose non è difficile scorgere attorno a noi tanti modi di essere generativi. E’ generativo un educatore che aiuta i ragazzi a “venire alla luce” facendosi- nella bella espressione di Michel de Certeau “ermeneuta della poesia del senso nascosto” (Lo straniero o l’unione della differenza, Vita e Pensiero, Milano 2010). E’ generativo l’imprenditore che investe nel futuro della sua impresa non solo per perseguire un profitto (che, in se stesso è solo un indicatore di efficienza), ma anche e soprattutto per realizzare qualcosa di bello e grande insieme ai propri collaboratori. Sono generativi l’artigiano e l’artista quando amano quello che fanno e, attraverso la loro maestria, aggiungono bellezza al mondo. E’ generativo il volontario che si fa carico di un bisogno insoddisfatto, riparando in modo originale la lacerazione del tessuto sociale e organizzando insieme ad altri una risposta efficace. E’ generativa la guida spirituale che aiuta a porsi domande sull’esistenza riaprendo la speranza del futuro. E’ generativo il professionista che, senza essere geloso della propria competenza, si rende disponibile ad impiegarla non solo per la propria convenienza personale, ma anche per fare trionfare la giustizia. E’ generativo il professore che non si lamenta dei propri allievi, ma cerca di ascoltarli e di rivedere il proprio sapere alla luce delle loro domande spesso inespresse, consapevole che ciò che ha raggiunto può sopravvivere solo nel lavoro altrui (“ il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo vi aggiunge qualcosa e così l’umanità va avanti”, scriveva Don Milani in Lettera ad una professoressa). E’ generativo l’amministratore locale che sa porsi come punto di aggregazione delle tante energie presenti sul territorio, diventando il volano per la mobilitazione di risorse diffuse capaci di rinsaldare i legami comunitari. E’ generativo chi riesce a trasformare un trauma- la perdita di un figlio, un incidente stradale, un torto subito, un tradimento- in energia positiva per combattere contro i tanti mali che offendono la vita umana ed è generativo chi si china a guardare una ferita esistenziale, facendo rinascere la speranza della vita. Un elenco che potrebbe continuare a lungo. Di generatività, dunque si può e si deve parlare: radicata nella nostra esperienza originaria, essa non è riconducibile alla sfera biologica, ma attraversa l’intera vita personale e sociale. La generatività ha la forza per candidarsi a essere il nucleo vivo di un nuovo immaginario della libertà, in grado di portarci al di là della società dei consumi e delle sue passioni tristi. (Generare figli e idee, così il futuro non sarà buio- Mauro Magatti e Chiara Giaccardi).


In questo senso certamente la famiglia, luogo generativo per eccellenza, può rappresentare un apporto importante per l’oratorio, purché sia aperta e missionaria.
Sul piano della missione, invece, è necessario che le famiglie cristiane siano coscienti che hanno come compito anche quello di aiutare la loro comunità a “uscire” da se stessa e a raggiungere tante famiglie che restano ai margini della sua vita. Decisivo appare pertanto l’impegno delle famiglie cristiane verso le altre famiglie e in generale verso la stessa comunità ecclesiale e civile, mediante forme appropriate di corresponsabile partecipazione e solidarietà, sul piano spirituale e morale, sociale e culturale. Si aprono qui spazi nuovi di attiva azione missionaria della famiglia, per raggiungere le famiglie che non partecipano alla vita della comunità, avviando esperienze di Centri di ascolto del Vangelo nelle case, accompagnando le famiglie che chiedono i sacramenti dei figli e, nell’ambito caritativo, culturale e sociale, attivando un volontariato di famiglie sia sul territorio sia verso le famiglie povere del terzo mondo. (Il tesoro e la perla nascosta pag. 49)

Ecco le ultime tre caratteristiche che ho pensato per un adulto in oratorio oggi
i) Vuole bene ai ragazzi, agli animatori, agli educatori a tutti i più giovani che incontra in oratorio. Questo può apparire banale, ma è un punto irrinunciabile per ogni adulto che vive nella Chiesa, anche chi non ha espliciti compiti educativi. Volere la felicità per i giovani che vivono in oratorio non può tralasciare l’annuncio di Cristo, se a nostra volta siamo stati raggiunti da questo incontro.

j) Sa farsi da parte. L’adulto in oratorio sa riconoscere il protagonismo dei giovani e dei ragazzi. Questo è essenziale: i più giovani non sono degli imbuti da riempire di contenuti o di idee, ma sono spesso più avanti di noi nell’incontro con Gesù, anche se non può non essere sempre così evidente.

k) E’ un porto sicuro. L’adulto in oratorio deve lasciare spazio ai giovani in modo che loro possano fare le proprie scelte ed essere protagonisti, ma d’altra parte devono fare capire che per qualunque cosa è a disposizione, pronto ad abbracciarli, guidarli, consolarli.

Matteo Massaia, presidente dell'Azione Cattolica di Torino