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Che differenza c’è tra gli oratori torinesi e la multinazionale «McDonald’s»? È la provocazione lanciata sabato 27 ottobre all’Assemblea dell’associazione oratori «Noi Torino», nella sede di viale Thovez, proprio nel giorno in cui a Roma si è chiuso il Sinodo dei Vescovi sui giovani. Una mattinata in cui i circoli associati alla Noi Torino hanno rimesso al centro l’identità e lo stile degli oratori per progettare le diverse attività in quartieri e paesi della diocesi segnati dall’emergenza sociale. Roberta Manias, educatrice della cooperativa sociale salesiana Et, ha invitato i responsabili degli oratori «a costruire prima di tutto uno stile di accoglienza che venga immediatamente riconosciuto da ogni ragazzo, al di là dell’investimento su strutture e attività. È la relazione che sta al centro, che permette al singolo giovane di sentirsi ‘speciale’ portandolo a riconoscere uno stile che non trova altrove». Altrimenti ecco il rischio che gli oratori possano assumere lo stesso stile anonimo di luoghi come McDonald’s dove nelle diverse città si trovano esattamente gli stessi prodotti e dove è possibile ritrovarsi sette giorni su sette.

«L’oratorio si deve indentificare con uno stile non con un luogo fisico», ha detto l’educatrice, «è fondamentale sviluppare la capacità di ‘uscire’, di ‘sporcarsi le mani’ con i ragazzi», proprio come ha invitato il Papa a conclusione del Sinodo.

Don Luca Ramello, direttore della Pastorale giovanile diocesana, ha poi invitato l’assemblea a costruire oratori a misura di giovani, soprattutto per gli over 18. «Non è possibile», ha detto, «che si continuino a proporre le stesse iniziative ai 13enni, così come ai 18enni». Presentando la Lettera pastorale dell’Arcivescovo Nosiglia «Vieni! Seguimi!» don Ramello ha sottolineato come i giovani non possano essere considerati manovalanza, devono essere i protagonisti degli oratori, insieme agli adulti. Infine il direttore dell’Ufficio giovani ha evidenziato come nell’affrontare il tema dell’accompagnamento alle vocazioni nelle comunità «manchi una cultura vocazionale che promuova, di conseguenza, una formazione, in chiave vocazionale, delle figure educative, senza mai perdere di vista l’aggancio alla realtà che i giovani vivono quotidianamente». «Nei vari ambiti pastorali», ha sottolineato, «si pensa che l’attenzione al progetto di vita sia secondario, non si prega per le vocazioni, neanche le famiglie che prestano servizio in parrocchia spesso ci credono. È necessario recuperare la condivisione di un clima e un ambiente propizi alla maturazione vocazionale». Ed ecco, su questo fronte per esempio, la proposta concreta che l’Arcivescovo ha scritto nella Lettera Pastorale di adibire luoghi specifici per la preghiera in oratorio.

Stefano DI LULLO

testro tratto da "La Voce e il Tempo" del 4 novembre 

Identità dei circoli e programmazione delle attività associtative, presentazione a cura di Roberta Manias